I curdi sotto assedio nel Rojava – Solo una lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo può impedire un massacro!

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I curdi sotto assedio nel Rojava – Solo una lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo può impedire un massacro!

di Victor Murray Vedsø (da marxist.com)

In Siria si sta preparando un massacro del Rojava e dei curdi. Il regime islamista, guidato da Ahmed al-Sharaa e sostenuto dall’Occidente, ha lanciato un’offensiva nel nord-est del paese e ha circondato la storica città-fortezza curda di Kobane, al confine settentrionale con la Turchia.

Bandiere dell’ISIS sono state issate su Raqqa. Combattenti jihadisti sono fuggiti dai campi di prigionia. Vengono abbattute le statue erette in memoria dei combattenti curdi. Si sta scatenando un incubo che ricorda il terrore dell’ISIS che ha travolto la Siria dieci anni fa.

Dopo aver usato i curdi organizzati nelle Forze di Difesa Siriane (SDF) come pedina contro Assad nella guerra civile siriana, l’imperialismo americano di Donald Trump li sta ora abbandonando cinicamente al loro destino. A questo punto, è fondamentale spiegare come si sia arrivati ​​a questo vicolo cieco reazionario e trarne le lezioni necessarie per far progredire la lotta per la libertà del popolo curdo.

L’inganno dell’Occidente

Quando Assad venne rovesciato e Hayat-Tahrir al-Sham (HTS) prese il controllo del paese alla fine del 2024, gli imperialisti occidentali si affrettarono a rassicurare il mondo che al nuovo regime, guidato da Abu Mohammad al-Jolani, come era allora conosciuto, si dovesse concedere il beneficio del dubbio. L’ex comandante di al-Qaeda e dell’ISIS non solo fu accolto con favore, ma fu anche presentato come un simbolo della democrazia siriana.

“Un nemico del nemico deve essere un amico”, dissero europei e americani. Celebrarono la fine di Assad e parlarono con toni altisonanti delle possibilità di una Siria “libera, stabile, pluralista e sovrana”. Naturalmente, erano tutte sciocchezze. Con Assad – e quindi Russia e Iran – fuori dai giochi, il vero motivo delle loro lusinghe era quello di posizionarsi al meglio per affermare i propri interessi imperialisti in un paese chiave del Medio Oriente. Come al solito, tutto ciò avvenne dietro la maschera della “diffusione della democrazia”.

Ma l’insurrezione che ha rovesciato Assad non si basava su nulla che assomigliasse alla democrazia o al desiderio di pace e stabilità in Siria, come l’Occidente sapeva bene. È stato l’intervento, i finanziamenti e le armi degli imperialisti nella guerra civile siriana che hanno portato al completo collasso della società siriana, preparando la strada all’insurrezione di HTS. L’unico risultato possibile, come vediamo oggi, era una nuova lotta interetnica per il potere nel vuoto lasciato dalla caduta di Assad.

Al-Jolani e HTS sono giunti al potere con l’aiuto dell’imperialismo turco. Nonostante le numerose chiacchiere vuote dei “ribelli” jihadisti sulla creazione di un governo di transizione inclusivo, al-Jolani è emerso come l’unico governante. Si è insediato in tutte le posizioni di vertice del governo e ha nominato membri della sua famiglia e i suoi ex alleati dell’ISIS ai restanti posti chiave.

Invece di avanzare richieste a HTS o di tagliare i ponti con esso, l’Occidente ha semplicemente convinto Jolani a sbarazzarsi del turbante per indossare un abito da politico ben stirato, a tagliarsi la barba e a rinunciare al suo precedente nome di battaglia per il più moderato al-Sharaa. Le sanzioni sono state revocate e le ambasciate sono state riaperte, mentre in suo onore è stato steso il tappeto rosso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre e in seguito allo Studio Ovale della Casa Bianca.

Ma al di là delle apparenze, cosa ha fatto realmente al-Sharaa per la Siria nell’ultimo anno?

Lungi dal tendere un ramoscello d’ulivo ai suoi nemici, HTS ha compiuto numerosi massacri contro le minoranze etniche della Siria, prima contro gli alawiti nel marzo dello scorso anno, poi contro i drusi pochi mesi dopo. Le fazioni jihadiste e gli altri gruppi estremisti che costituiscono il nucleo del nuovo esercito siriano hanno svolto un ruolo chiave in queste atrocità. Hanno massacrato migliaia di persone. Sebbene al-Sharaa sappia di dover rendere omaggio a parole a una “Siria unita”, ha fatto esattamente l’opposto. Il suo governo minaccia di far precipitare la Siria in una terrificante violenza settaria.

L’attuale offensiva delle Forze Armate Siriane, insieme alle milizie tribali e dei clan arabe, contro le SDF a guida curda è il culmine naturale di questo processo. L’Occidente ha insediato e promosso un suo tirapiedi che può essere a servizio dei suoi interessi nella regione. Il prezzo? Trascinare la Siria in un nuova situazione di guerra civile e sacrificare i curdi sull’altare dell’imperialismo.

Il ruolo della Turchia

La caduta del regime di Assad alla fine del 2024 può essere ricondotta al ruolo della Turchia, i cui legami con l’HTS sono profondi. La Turchia sostiene e finanzia da tempo l’HTS – che ora costituisce uno degli alleati regionali centrali di Erdogan – perché offre loro l’opportunità di promuovere i propri interessi generali nella regione.

Una di queste è l’ambizione di Erdogan di creare un nuovo Impero Ottomano. Il suo obiettivo è espandere il controllo economico della Turchia a sud, collegando il paese al Golfo Persico attraverso l’Iraq e la parte più orientale della Siria. Ancora più importante, tuttavia, è la prospettiva di avere un proprio braccio armato a Damasco, in grado di combattere i curdi nel Rojava. Questo è il grande obiettivo.

Erdogan vede i curdi – molti dei quali vivono in Turchia – come una quinta colonna all’interno della società turca. A causa delle loro aspirazioni nazionali, rappresentano una delle principali minacce al suo governo e al suo obiettivo di creare una “Grande Turchia”. Per Erdogan e al-Sharaa, persino uno Stato curdo formalmente indipendente nel Rojava minerebbe il loro obiettivo di controllo completo su tutte le religioni e le etnie del territorio.

Quando l’HTS si è scagliata contro il debole regime di Assad alla fine del 2024 e ha instaurato un regime fondamentalista islamista – interamente dipendente dalla Turchia per consolidare il potere statale – si è aperta innanzitutto un’opportunità per schiacciare e disarmare i curdi. La Turchia ha speso 1.800 mila miliardi di dollari in questo obiettivo negli ultimi quarant’anni.

Con l’esercito siriano impegnato in un’offensiva nelle aree autonome curde e nella cacciata delle milizie SDF legate al PKK, i regimi turco e siriano si sono indubbiamente avvicinati a tale obiettivo. Non solo le SDF sono state costrette a ritirarsi a est dell’Eufrate, ma la prospettiva della disintegrazione della coalizione sostenuta dagli Stati Uniti sembra ogni giorno più probabile. Unità curde non legate alle SDF stanno già disertando verso il regime siriano.

Il doppio gioco di Trump

Le azioni di Donald Trump e dell’imperialismo statunitense in questi eventi evidenziano il loro crudo cinismo, ma non dovrebbero sorprendere. Non è un segreto che all’imperialismo statunitense non importi molto di principi come la lealtà nel perseguimento dei propri interessi in tutto il mondo. Abbandonare i curdi non è che l’ultima mossa cinica di una lunga storia di svendita dei propri alleati quando fa comodo.

Secondo l’amministrazione statunitense, la necessità dell’esistenza delle SDF e, per estensione, della presenza militare statunitense in Siria, si è “esaurita”. Come ha scritto senza pietà l’inviato di Trump in Turchia, Tom Barrack, in una dichiarazione sulla Siria, la situazione è “fondamentalmente cambiata”, il che significa che per gli Stati Uniti “è mutata l’esigenza del partenariato USA-SDF”. In realtà, stanno affermando di riporre la loro fiducia in al-Sharaa per controllare l’ISIS e che i curdi devono semplicemente accettare il nuovo sceriffo americano in città. Qualunque sia il costo umano per i curdi, sia a breve che a lungo termine, è da considerarsi un danno collaterale per gli Usa.

In una dichiarazione volutamente ambigua, Barrack ha affermato che lo scioglimento di fatto delle SDF non rappresenta un bacio mortale per i curdi, ma la “più grande opportunità”. Questo mentre Kobane – la città simbolo curda che ha resistito all’accerchiamento dell’ISIS nel 2014 – è nuovamente circondata, questa volta dall’HTS. Cibo, acqua ed elettricità sono stati tagliati dalle forze governative siriane. La città è in stato d’assedio, con migliaia di uomini, donne e bambini sull’orlo di una crisi umanitaria.

Per quanto riguarda le migliaia di combattenti dell’ISIS detenuti dalle SDF e dalle forze statunitensi nella Siria nord-orientale, il Comando Centrale degli Stati Uniti sta optando per il loro trasferimento in Iraq. Secondo gli USA, 150 prigionieri sono stati trasportati lì questa settimana, con gli Stati Uniti che pianificano di trasferirne in totale più di 7mila. Ma non è una questione semplice. Circolano già notizie di combattenti dell’ISIS che sono riusciti a evadere dalla prigione nel mezzo del caos, aiutati dall’avanzata dell’HTS e delle milizie a loro fedeli.

Dopo aver utilizzato i combattenti curdi come spina dorsale delle SDF per combattere l’ISIS – un mostro di Frankenstein creato dall’imperialismo americano – ora li considerano un agnello sacrificale, spostando il loro sostegno a, indovinate un po’… un ex membro di spicco dell’ISIS, al-Sharaa! Roba da non credere (o quasi)…

Per al-Sharaa tutto questo è positivo, poiché un rafforzamento del controllo jihadista nel nord-est non fa che rafforzare la sua base e la sua presa sullo Stato.

La mossa di Trump deve essere vista alla luce del recente Documento sulla Sicurezza Nazionale, che chiarisce che il Medio Oriente non è più la preoccupazione principale dell’imperialismo statunitense. Come afferma il documento, “i giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana sia nella pianificazione a lungo termine che nella gestione quotidiana sono fortunatamente finiti”.

Ma qualsiasi ripiegamento americano sul proprio emisfero non porterà la pace ai popoli della regione. Al contrario, se gli Stati Uniti scegliessero di ritirarsi dalla Siria, come auspicato da Trump, lascerebbero semplicemente dietro di sé le condizioni per ulteriore caos.

L’allentamento della presa degli Stati Uniti sulla situazione è chiaramente ben compreso dagli attori della regione, che intendono colmare qualsiasi vuoto parziale, sfruttando le divisioni settarie alimentate in primo luogo dall’intervento statunitense, per i propri fini. Questo è il caso della Turchia, ma anche di Israele, che ha perseguito un ruolo imperialista più indipendente nella regione.

Dalla caduta di Assad, Netanyahu ha costantemente ricordato ad al-Sharaa (e dietro di lui alla Turchia, che considera un rivale per il predominio in Medio Oriente) che qualsiasi tentativo di consolidare il potere dovrà affrontare un intervento militare. Israele ha agito con la sua consueta impunità per mantenere la Siria in uno stato di debolezza e fomentare ogni possibile divisione settaria. Ha esteso l’occupazione del territorio siriano e bombardato il paese, incluso il quartier generale militare di Damasco, con il pretesto di “proteggere” i drusi.

La resistenza curda

Non c’è dubbio che le prospettive per i curdi siano particolarmente disperate. Ma questo non è dovuto solo all’ascesa al potere dell’HTS e al tradimento degli Stati Uniti.

Politicamente, la leadership curda, rappresentata dal PKK, ha portato avanti la lotta curda su base puramente nazionale e ha posto la questione della ricerca di alleati militari come una questione meramente tattica. È stato questo a portarli all’alleanza con l’imperialismo statunitense durante la guerra civile siriana, una mossa contro cui all’epoca avevamo messo in guardia. Oggi, si è rivelata fatale.

Lo stesso approccio è stato ripetuto in primavera, quando il leader del PKK in carcere in Turchia, Abdullah Öcalan, ha annunciato che il PKK si sarebbe sciolto e avrebbe deposto le armi. Non è questa la sede per approfondire un’analisi dei limiti politici e dell’evoluzione del PKK, ma basti dire che la fiducia dimostrata da Öcalan in Erdogan, nella convinzione che avrebbe permesso ai curdi di perseguire i loro obiettivi con mezzi “democratici”, si sta ora rivelando una mossa disastrosa.

Il messaggio di Al-Sharaa ai curdi è inequivocabile: “Scioglietevi e “integratevi” nel mio esercito sotto il mio comando, o sarete di nuovo attaccati”. L’approccio del comandante delle SDF Mazloum Abdi – noto anche come Mazloum Kobani – è stato di fatto quello di capitolare, limitandosi a rivolgere appelli a potenze straniere.

Abdi ha costantemente affermato che “chiunque possa contribuire a sostenere i nostri diritti” può aiutare nella “difesa” dei curdi. Questo vale anche per Israele, il cui aiuto, secondo Abdi, sarebbe “ben accetto” e “apprezzato”. Basta guardare come Israele ha schiacciato il popolo palestinese per ottant’anni per capire che si tratterebbe di un grave errore.

A Israele non importa minimamente dei curdi e si rivolterebbe contro di loro in qualsiasi momento. Ma, ancora più importante, qual è l’effetto che produce sui lavoratori e i poveri arabi e non curdi di tutta la regione una tale politica di riconciliazione da parte di Abdi nei confronti degli imperialisti occidentali più reazionari? In effetti, sta dicendo loro che i curdi si schierano con la classe nemica – che ha portato distruzione in Siria, Iraq, Libano e Palestina – invece che con i loro fratelli e sorelle di classe di diverse fedi religiose ed etnie. Questo è un errore fatale che non farebbe altro che marginalizzare la lotta curda nella regione.

Questa strategia senza principi sta portando a una resa di fatto, come dimostra l’accordo di cessate il fuoco e integrazione, concordato da Abdi e pubblicato dal governo siriano. In questo accordo, il controllo quasi totale dell’Amministrazione Autonoma Curda viene cancellato – una condanna a morte per il Rojava.

Le migliaia di lavoratori e soldati curdi delle YPG non accetteranno la resa di fronte a un’offensiva dell’HTS. Ma il destino del Rojava può essere garantito solo ponendo la lotta su una base di indipendenza di classe, abbandonando ogni illusione che una soluzione pacifica della questione curda possa essere trovata stringendo accordi con l’imperialismo americano, israeliano o turco.

La necessità di una controffensiva

Mentre Erdogan e al-Sharaa si fregano le mani, la storia dimostra che i curdi non si limiteranno a marciare inermi verso il massacro. Proteste stanno già scoppiando in tutta la regione e tra la diaspora curda in tutto il mondo. Ma ciò che serve non è la collaborazione e una politica di riconciliazione con la Turchia e l’HTS – il cui obiettivo è sempre stato quello di annientare i curdi – o addirittura con gli imperialisti, bensì l’impostazione della lotta su una base di classe rivoluzionaria.

La situazione attuale è interamente responsabilità dell’imperialismo. Non può esserci pace in Medio Oriente, né per i curdi né per qualsiasi gruppo oppresso, finché le classi capitaliste del mondo e della regione saranno al potere. L’HTS sta dimostrando al mondo che qualsiasi tipo di Stato democratico con autonomia e pari diritti per i curdi – per non parlare dell’idea di separazione e di uno Stato curdo – non sarà mai preso in considerazione finché saranno al potere.

L’unica via d’uscita da questa palude reazionaria è cambiare rotta riconoscendo che la lotta per una patria curda non può essere risolta sulla base di una lotta all’interno dei limiti nazionali o meramente militare sostenuta dai cosiddetti “amici” imperialisti. Una lotta rivoluzionaria per rovesciare Erdogan e gli islamisti in Siria è l’unica via d’uscita. Sulla base di una lotta rivoluzionaria unita delle masse curde e non curde, questi regimi deboli inizierebbero a sentire la terra tremare sotto i piedi.

C’è il potenziale per una simile lotta rivoluzionaria non solo in Siria e Turchia, ma in tutta la regione. Per raggiungere questo obiettivo, è necessaria una rottura completa con l’imperialismo e il collaborazionismo di classe, che si stanno dimostrando ancora una volta i becchini della causa curda.

 

 

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