
L’aggressione americana al Venezuela – La “Dottrina Donroe” in azione
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9 Gennaio 2026Pubblichiamo il testo del volantone che distribuiremo nelle manifestazioni in difesa del Venezuela, contro l’aggressione imperialista statunitense. Scaricalo qui in formato pdf.
L’attacco e il rapimento del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie da parte degli Stati Uniti non è solo un atto di banditismo, ma segna un passaggio qualitativo nella situazione internazionale che non può essere sottovalutato.
Non staremo qui a confutare gli argomenti ridicoli con i quali l’amministrazione Trump ha “giustificato” il suo atto, né tantomeno quelli dei suoi numerosissimi leccapiedi nei media e nella politica, che per interesse o per paura si affannano a inventare pretesti sempre più grotteschi.
Quando gli stessi vertici di Washington, a partire dallo stesso Trump, dichiarano apertamente che lo scopo è mettere le mani sul petrolio e contenere l’influenza cinese, quando minacciano nelle successive 24 ore la Colombia, Cuba, la Groenlandia, l’Iran, quando per mesi hanno sequestrato petroliere, imposto un blocco aereo, quando dicono che “governeranno il Venezuela” dalla Casa Bianca… dopo tutto questo, davvero c’è qualcuno che ritiene importante disquisire sul diritto internazionale o sul fatto che Trump avrebbe dovuto prima informare il Congresso?
Molto tempo fa Mao Zedong, capo della rivoluzione cinese del 1949, scrisse che “il potere politico sgorga dalla canna del fucile”. Per quanto sia una sintesi parziale e insufficiente, è un ottimo punto di partenza per capire il mondo in cui siamo entrati.
Per quanto il sanguinoso blitz di Caracas (almeno 80 morti fra militari e civili) sia considerato un’azione nel “cortile di casa”, ossia nella zona di influenza USA, è chiaro anche ai ciechi che le sue radici e soprattutto le sue conseguenze hanno una scala internazionale, globale.
Trump ama (amava?) presentarsi come l’uomo delle trattative, dei “deal”. L’uomo d’affari capace di raggiungere accordi con chiunque, magari mostrando i muscoli, forzando la mano con le minacce economiche, ma in ogni modo come un uomo della trattativa. Spregiudicato, cinico, ma comunque restio all’uso della forza militare.
Nelle due ore del blitz, in realtà culmine di una crescente pressione militare e diplomatica costruita per mesi, tutta questa rappresentazione è stata ridotta in cenere.
Certo non è la prima volta che gli USA agiscono, direttamente o indirettamente, per condizionare, o rovesciare governi giudicati ostili, ribelli o semplicemente di ostacolo ai loro progetti. La storia dell’imperialismo USA, tanto nella sua ascesa quanto nel suo più recente declino, è costellata di colpi di Stato, cospirazioni, ingerenze, guerre grandi e piccole condotte con ogni sorta di pretesto.
Ciò che rende specifico l’attacco al Venezuela è il contesto mondiale in cui si è prodotto. La migliore sintesi che possiamo fare è che si tratta del primo attacco esplicito alla Cina, colpita in una zona di importante espansione dei suoi affari e in un Paese a parole “partner strategico” e alleato politico.
Questo non toglie che ci siano anche interessi specifici, quelli della Chevron, da sempre operante in Venezuela, come quelli delle altre compagnie come Exxon Mobile, estromessa ai tempi di Chavez. Anche l’ENI ha un piede nel paese caraibico. Altri punti di interesse sono possibili speculazioni e garanzie sul debito venezuelano, sulle riserve di oro da anni congelate (o meglio sequestrate) a Londra, ecc.
Ma sarebbe fuorviante considerare questi come i moventi decisivi dell’operazione militare. Il movente decisivo è quello messo nero su bianco nell’ormai famoso documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale: estromettere gli “attori esterni” dall’emisfero occidentale. Ossia, in primo luogo, la Cina, primo partner commerciale del continente con scambi ben oltre i 500 miliardi di dollari, largamente esposta con investimenti infrastrutturali e produttivi, prestiti e rapporti ramificati. Il fatto che poche ore prima del sequestro si fosse conclusa una visita ufficiale a Caracas da parte di una delegazione cinese che aveva siglato centinaia di accordi economici assume un valore quasi didattico…
Un regime svuotato
L’attacco USA, come ormai si sottolinea da più parti, è stato condotto in modo incredibilmente rapido e praticamente senza incontrare una seria opposizione militare. È difficile spiegare un simile grado di passività, con elicotteri USA che scorrazzano indisturbati a bassa quota per un paio d’ore sulla capitale, senza una sola vittima fra gli assalitori, se non con un alto grado di demoralizzazione e impotenza nei comandi unita a una qualche esplicita collaborazione con gli attaccanti. Maduro può essere stato tradito, o venduto, o essersi in qualche modo consegnato, per quanto importante è un particolare che non deve oscurare il dato politico, ossia la scarsissima reazione della popolazione, della base “bolivariana” e la totale assenza di reazione delle forze armate.
Un paragone storico può aiutarci a capire. Nel 2002 ci fu il colpo di Stato contro Hugo Chavez, che venne sequestrato dai golpisti i quali nominarono un governo provvisorio capeggiato dal capo degli industriali Pedro Carmona. Ci fu allora una mobilitazione spontanea, di massa e insurrezionale di milioni di persone che immediatamente scesero in piazza pronte a tutto, pronte anche a uno scontro sanguinoso. Fu questa mobilitazione a spaccare l’esercito e a sconfiggere i golpisti che nel giro di 48 ore dovettero liberare Chavez e fuggire in esilio.
L’anno successivo, nel 2003 durante il lungo paro padronal, la serrata con cui la borghesia venezuelana e internazionale tentò di strangolare economicamente il governo bolivariano, ci fu un grande movimento della classe operaia per prendere in mano le aziende abbandonate, per gestire la produzione attraverso forme di controllo operaio, ci furono vaste nazionalizzazioni per salvaguardare e cercare di rilanciare il patrimonio economico e produttivo. Allora “la frusta della controrivoluzione” fece fare un balzo in avanti alla lotta di classe rivoluzionaria.
Niente di tutto questo si è prodotto il 3 gennaio. I dodici anni di governo di Maduro sono stati contrassegnati da un vero e proprio Termidoro: privatizzazioni, smantellamento dei programmi sociali, crescenti diseguaglianze economiche, corruzione crescente, neoborghesia “bolivariana” rampante, e una repressione aperta non solo contro l’opposizione golpista e borghese, ma anche e soprattutto contro sindacalisti, militanti politici, attivisti popolari. Se un quarto di secolo fa per rispondere al golpe e alle sanzioni la classe operaia e le classi popolari fecero un poderoso balzo all’offensiva sia all’interno del Venezuela che sul piano della solidarietà internazionale, l’ultimo decennio ha sostituito la mobilitazione delle masse con l’ipertrofia burocratica dell’apparato statale, e la prospettiva rivoluzionaria internazionalista con gli affari con la Cina.
Tutto questo non significa che non ci sia nel paese una forte ostilità all’ingerenza nordamericana, o che a determinate condizioni questa non possa nuovamente prendere la forma di una mobilitazione di classe. Ma ad oggi prevalgono la dispersione e probabilmente la stanchezza e la paura.
Trump e Rubio hanno reso chiaro che la loro opzione è controllare la situazione attraverso la neopresidente ad interim Delcy Rodriguez, la quale a sua volta dopo una prima presa di posizione bellicosa ha rilasciato una dichiarazione vagamente surreale nella quale fa appello “al governo USA a collaborare con noi su un programma di cooperazione orientato allo sviluppo condiviso nel quadro del diritto internazionale, per rafforzare una comunità durevole di coesistenza”.
Sono parole di incredibile moderazione e sottomissione, se si considera che il suo presidente è agli arresti in una prigione di New York, ma saranno i fatti a contare.
Esiste un potenziale conflitto tra la neo presidente e l’opposizione di Corina Machado e Edmundo Gonzalez, che sperava di potersi insediare in scia all’attacco USA ma che si è vista clamorosamente sconfessata da Trump.
C’è un elemento di farsa nel dialogo a distanza tra il bandito di Washington, che senza giri di parole dichiara che la Machado non gode di autorità e credibilità per governare il Venezuela, e la stessa Machado che si offre di devolvere a Trump il premio Nobel da poco ricevuto per il suo immacolato curriculum di aspirante golpista, traditrice del proprio paese e piazzista di petrolio non suo.
Ma la farsa non deve farci dimenticare la tragedia. Sia che si confermi la leadership della Rodriguez, sia che si arrivi a un cambio della guardia attraverso una qualche farsa elettorale, qualsiasi governo ci sia a Caracas non solo sarà un nemico giurato delle masse popolari, ma anche un regime duramente repressivo.
Dalle ceneri del bolivarismo si potranno in futuro riaccendere le fiamme della lotta di classe, ma questo avverrà senza e contro coloro che oggi se ne dichiarano eredi dalle loro poltrone governative.
L’avanzata delle destre in America latina
Trump segna un punto a suo favore, che si aggiunge alla vittoria di Milei in Argentina e a quella di Kast in Cile. Ma, ripetiamo, la partita va ben al di là dell’America Latina.
Con questa mossa, Trump ha fornito una spinta fortissima al consolidamento di nuove alleanze in funzione anti-USA e alla crescente cristallizzazione dei blocchi economici, diplomatici e militari che ruotano in forme caotiche ma sempre più chiaramente attorno al grande antagonismo tra USA e Cina. Al tempo stesso ha minato alla base qualsiasi seria possibilità di trattativa per trovare compromessi sui tanti teatri di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente al Corno d’Africa e oltre, che si avvitano nelle spirali di guerra.
Colpendo il Venezuela, oltre a lanciare “un colpo di avvertimento contro la Cina”, come lo ha definito il Financial Times, Washington ha indebolito seriamente la posizione di Cuba e dei governi di Petro in Colombia e di Scheinbaum in Messico. Più lontano, anche l’Iran beneficiava dell’alleanza tra “paria” col Venezuela e risente del colpo.
Ma se mai nel regime degli ayatollah qualcuno pensasse di arrivare a un accordo con Trump (posizione sempre presente a Teheran, più o meno sottotraccia), dopo il colpo di Caracas chi più può pensare credibilmente di entrare in una trattativa che in qualsiasi momento può risolversi in una sparatoria? Non a caso l’Iran è entrato nella lista dei primi minacciati da Trump dopo il 3 gennaio.
Europa: ombra di se stessa
L’Europa esce annichilita, il proverbiale gatto in autostrada ha più vitalità di tutti i capi di Stato del vecchio continente, tra i quali però vogliamo dare una menzione speciale a Giorgia Meloni che ha definito l’azione USA “giustificata” e “difensiva”, ancorché non del tutto elegante.
Il rapporto attuale fra USA ed Europa può tranquillamente essere descritto come di vassallaggio. Vuoi vendere sui miei mercati? Pagami i dazi. Vuoi continuare la guerra in Ucraina? Copri le spese, compri le armi da me e ti sobbarchi le conseguenze. Non azzardarti a toccare le multinazionali big tech a stelle e strisce con tasse e sanzioni. Il petrolio e il gas li comprerai da noi o dai nostri amici a prezzi maggiorati. E già che ci sono mi prendo la Groenlandia, cosa che in una forma o nell’altra appare ormai un processo difficilmente arrestabile. Che sia una finta indipendenza dalla Danimarca, un “acquisto” come fu l’Alaska nel 1867 o una ampia serie di concessioni militari, minerarie e di rotte commerciali fa poca differenza.
L’attacco a Caracas è anche, indirettamente, una conferma del disimpegno degli USA dalla “trattativa” (già ampiamente arenata) per chiudere la guerra in Ucraina.
Il conflitto ucraino, dal punto di vista di Trump, è ormai declassato a questione regionale europea dopo che 24 paesi UE hanno stanziato 90 miliardi (di soldi nostri) per continuare la guerra. Rivedremo gli inviati a stelle e strisce solo quando la spartizione delle spoglie ucraine sarà all’ordine del giorno, mentre le varie Kaja Kallas, Merz e Macron cercheranno di presidiare il confine, quale che sarà, di una Ucraina mutilata, devastata e più che mai asservita.
Questo alla Russia non è piaciuto, e all’ONU ha espresso una posizione più dura di quanto si potesse aspettarsi:
“Non c’è, né può esserci, alcuna giustificazione per i crimini cinicamente perpetrati dagli Usa a Caracas. Condanniamo fermamente l’atto di aggressione armata degli Stati Uniti contro il Venezuela, in violazione di tutte le norme del diritto internazionale. Chiediamo alla leadership Usa di rilasciare immediatamente il presidente legittimamente eletto di uno Stato indipendente, Nicolas Maduro, e sua moglie. Qualsiasi conflitto esistente tra Stati Uniti e il Venezuela deve essere risolto attraverso il dialogo.”
Altrettanto dure le posizioni della Cina, che solitamente nelle crisi internazionali si limita a melliflue dichiarazioni sull’importanza del dialogo, della cooperazione e del rispetto delle leggi.
“La Cina è profondamente scossa e condanna con forza le azioni illegali, unilaterali e prepotenti degli Stati Uniti. Le lezioni della storia ci dànno dei forti ammonimenti che le azioni militari non sono la soluzione ai problemi e l’uso indiscriminato della forza può solo condurre a crisi maggiori.” (Sun Lei, incaricato nella missione permanente cinese all’ONU).
I limiti della Cina
Pechino tuttavia può fare ben poco nell’immediato e pragmaticamente dovrà concentrarsi nel limitare le sue perdite in Venezuela (prestiti da recuperare, investimenti da salvaguardare) e a riconsiderare la propria condotta in America Latina. Quanto avvenuto, infatti, è anche una sconfitta della strategia cinese basata sull’idea che si possa prendere il controllo di un Paese solo con mezzi economici. I capitali cinesi viaggiano in tutto il mondo ormai tanto quanto quelli americani. Ma le armi cinesi no. La Cina, ad esempio, non può inviare una flotta nei Caraibi per garantire la libertà delle rotte commerciali (cosa che peraltro dal punto di vista del “diritto internazionale” sarebbe perfettamente legittima), né può insediare le proprie basi nei paesi del continente.
Ma se nel breve termine le condanne rimarranno prevalentemente verbali, nel medio e lungo termine le conseguenze saranno profonde. Il già fragile equilibrio della politica internazionale cinese, che si bilanciava tra le nuove spinte protezionistiche sempre più dominanti e una residua difesa della libertà di commercio e di un ipotetico orizzonte “multipolare”, questo equilibrio verrà rotto in favore di una risposta sempre più simmetrica all’offensiva americana: prendersi tutto quello che si può, e controllarlo saldamente con ogni mezzo possibile. Tutti gli altri paesi, ciascuno alla propria scala, faranno definitivamente proprio questo precetto.
Ai pacifisti nostrani piace citare all’infinito l’articolo 11 della Costituzione italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Lo ripetono senza sosta, come un mantra dal potere calmante e vagamente ipnotico.
Per parte nostra consigliamo a tutti quelli che sono giustamente indignati per questa nuova barbarie imperialista, di comprendere che il vero articolo da memorizzare è questo: “Nel secondo quarto del XXI secolo la borghesia mondiale considera la guerra uno strumento prioritario, indispensabile e sempre a disposizione per difendere i propri interessi a spese dei propri concorrenti e della libertà della classe lavoratrice di tutto il mondo”.
È meno poetico, ma più realistico. E un realismo implacabile deve essere il nostro punto di partenza.
In questi giorni in tutto il mondo stiamo partecipando alle proteste e alle manifestazioni contro l’attacco a Caracas, così come continuiamo a partecipare a quelle in difesa del popolo palestinese. Tuttavia vogliamo dire con chiarezza che siamo ancora lontani, lontanissimi dalla risposta necessaria, non tanto in termini di numeri, ma prima ancora in fatto di chiarezza politica.
Dobbiamo tagliare i ponti coi piagnistei pacifisti più o meno benintenzionati, con queste cantilene prive di senso su cosa sarebbe “giusto”, “ragionevole”, “legale” e persino nell’interesse degli affari e dello stesso capitalismo, se solo volesse essere “veramente” democratico…
No! Qui siamo una volta di più al bivio indicato da Rosa Luxemburg in piena guerra mondiale “Socialismo o barbarie”. Il movimento operaio, i giovani, tutti gli sfruttati devono prendere coscienza che oggi la lotta per un’esistenza pacifica è una lotta senza quartiere per rovesciare questo sistema economico, per strappare il potere politico alla borghesia e al suo Stato, per espropriare le sue ricchezze in nome delle quali si conducono tutte le guerre odierne, per rovesciare il mondo capitalista ormai putrefatto.
