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“Chi manifesta contro le Olimpiadi è un nemico dell’Italia.”
Queste le minacciose parole della premier Meloni dopo che l’8 febbraio una manifestazione a Milano si era conclusa tra petardi, idranti e lacrimogeni. Una replica su scala ridotta del grande corteo di Torino (almeno 30mila persone) che il 31 gennaio è sceso in piazza contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, subendo violente cariche della polizia, seguite da lunghi scontri. Come sempre la violenza in divisa non ha praticamente trovato spazio sui grandi media, che in compenso hanno parlato di “cento agenti feriti” (quasi una battaglia del Piave!) per poi deliziarci con le immagini del primo ministro che con la sua sola presenza provocava la rapida e pressoché miracolosa guarigione di un agente contuso negli scontri.
In un clima di crescente paranoia repressiva, in cui il ministro Piantedosi ha equiparato i fatti di Torino alla lotta armata e chiarito che tutte le migliaia di persone in piazza erano in qualche modo complici della “violenza”, è stato quindi varato l’ennesimo decreto “sicurezza”.
Multe, Daspo e fermo preventivo
Si estende l’impunità (“scudo penale”) per le forze di polizia, si distribuiscono sanzioni alla cieca in nome della lotta alla “violenza giovanile”, dalle multe alle famiglie dei minori trovati in possesso di un coltello, all’estensione delle “zone rosse” nei centri urbani a discrezione dei prefetti. Ma il cuore del decreto riguarda la stretta contro il diritto a manifestare.
Per le manifestazioni non autorizzate, o che deviano dal percorso autorizzato, si usa lo strumento furbesco della depenalizzazione: anziché denunce penali si introducono multe da mille a 10mila euro non solo per mancato preavviso al questore, o mancato rispetto delle limitazioni poste alla circolazione o all’itinerario previsto, ma anche per la promozione persino tramite “reti di comunicazione elettronica”… migliaia di euro per un post, o un messaggio in una chat?
Le cifre salgono (da 2mila a 20mila euro) per “disobbedienza all’ordine di scioglimento della riunione o dell’assembramento”. Più a buon mercato (da 400 a 2.400 euro) le “grida e manifestazioni sediziose”.
Il pezzo forte è il “fermo preventivo”: in vista di una manifestazione perfettamente legale, la polizia può “accompagnare nei propri uffici e ivi detenere” fino a 12 ore chi si ritiene sia potenzialmente pericoloso “per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. La casistica è sufficientemente vaga da esporre pressoché chiunque al rischio di fermo.
Le cronache riportano che l’ineffabile Mattarella avrebbe paternamente istruito Piantedosi sulla corretta formulazione delle nuove norme affinché la loro ispirazione genuinamente fascistoide non si urtasse con gli articoli della “Costituzione più bella del mondo”.
In questo bel clima sono anche state annunciate tre denunce per una manifestazione operaia, ossia lo sciopero dei metalmeccanici per il contratto nazionale, durante il quale circa 10mila operai manifestarono sulla Tangenziale di Bologna. Sarebbero le prime applicazioni del precedente “decreto sicurezza” del governo Meloni.
L’ICE negli USA: repressione e impunità
Questa spirale repressiva si alimenta anche delle azioni della presidenza Trump e delle sue politiche anti-immigrazione. Hanno fatto il giro del mondo le immagini degli squadroni dell’ICE (la polizia di frontiera USA) che sono calati a Minneapolis scatenando una autentica caccia all’uomo che non ha risparmiato scuole, posti di lavoro, minori, malati, fino a macchiarsi degli omicidi di Renée Good e Alex Pretti: due vere e proprie esecuzioni a sangue freddo contro due attivisti che documentavano gli abusi dell’ICE.
Il potere dello Stato oggi si presenta nella forma distillata di uno squadrista in divisa, armato fino ai denti, col volto nascosto dietro un passamontagna, che agisce con piena impunità al di sopra e al di fuori di qualsiasi legge.
Le dichiarazioni di Meloni e Piantedosi ricalcano quelle del vicepresidente USA Vance e della ministra della giustizia Pam Bondi, che hanno parlato dei manifestanti come di “terroristi domestici”.
Il collegamento con quanto sta emergendo dagli “Epstein Files” è immediato: una cricca di miliardari, politici, accademici, avviluppata in una rete di scambi di potere, manovre politiche al massimo livello, interessi enormi e spesso inconfessabili, il tutto cementato da crimini orrendi (sfruttamento della prostituzione, pedofilia, torture, omicidi) e avvolto dalla totale impunità.
A proteggere questa putrescente élite dorata della borghesia internazionale, un apparato repressivo che si vorrebbe appunto altrettanto impune.
Come si ferma questa deriva? Secondo la sinistra riformista, la risposta è: votando. Che sia votando NO al referendum sulla giustizia (in Italia) o votando per i Democratici nelle elezioni USA di novembre.
Tutti costoro, che parlano da mattina a sera del “fascismo” ormai imperante, dovrebbero spiegare come pensano che mezzi così modesti possano liberarci di un presunto regime che, se stiamo ai precedenti storici, avrebbe bisogno perlomeno di una Armata Rossa o di una lotta partigiana di anni per essere sconfitto…
Ma soprattutto chiudono gli occhi di fronte a quanto è avvenuto proprio negli USA.
A Minneapolis un’esemplare lotta di massa!
A Minneapolis le violenze dell’ICE hanno scatenato una risposta di massa, spontanea, con un livello di combattività e autorganizzazione da fare scuola. Migliaia di persone organizzate in comitati, chat, gruppi d’azione, hanno pattugliato le strade, improvvisato blocchi e presìdi a difesa dei quartieri, tallonato l’ICE per dare l’allarme e impedire le retate. Il movimento è stato capillare e di massa, capace di agire diffusamente come di concentrarsi in grandi momenti di lotta. Il più alto è stato lo sciopero del 23 gennaio, quando decine di migliaia di persone hanno sfidato i 25 gradi sotto zero scendendo a manifestare e bloccando il lavoro in centinaia di aziende e istituzioni. È stato un autentico sciopero generale spontaneo poiché i dirigenti sindacali, pur proclamando una “giornata d’azione”, non avevano dichiarato sciopero, mentre le autorità locali hanno prevenuto l’inevitabile blocco delle istituzioni educative sospendendo le attività per “allerta meteo”.
È stato questo enorme ed entusiasmante movimento dei giovani e della classe lavoratrice a costringere Trump a quella che egli stesso ha definito una “de-escalation”. Di fronte al rischio che la mobilitazione dilagasse su scala nazionale, soprattutto dopo l’omicidio di Alex Pretti, ha dovuto ritirare l’ICE dalle strade della città e destinare il suo capo Greg Bovino a incarichi meno scottanti.
Una vittoria parziale e temporanea, certo, ma che ha mostrato a chiunque voglia vedere come oggi il rapporto di forze non sia in favore della reazione, che appena la classe lavoratrice scende in campo la situazione cambia nel giro di pochi giorni, a volte poche ore. La classe lavoratrice negli USA conta 170 milioni di persone: se scende in campo non bastano ventimila miliziani a soggiogarla, e neppure dieci volte tanti.
È la stessa lezione che abbiamo appreso in Italia lo scorso autunno: di fronte a centinaia di migliaia di persone in piazza e di lavoratori che hanno deciso di scioperare per la Palestina, non sono servite le minacce di precettazione di Salvini, né i precedenti decreti sicurezza hanno impedito che decine di migliaia di persone manifestassero su strade e tangenziali.
È questa la via che dobbiamo seguire con determinazione: rendere cosciente il movimento operaio della propria forza, della necessità di organizzare questa forza per combattere non solo le politiche repressive, ma soprattutto gli interessi del capitale che queste difendono.
La crisi del capitalismo spinge la borghesia ad agitare il bastone cercando di intimidire e minacciare. Non faranno altro, invece, che risvegliare una lotta di classe dura e determinata come da decenni non si è vista in Occidente.

