Dall’Origine della famiglia alla lotta per la liberazione
17 Febbraio 2026
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17 Febbraio 2026
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Calabria sotto l’acqua, il dissesto non è una fatalità

di Giovanni Chiappetta (PCR Cosenza)

La nuova ondata di maltempo che ha colpito la Calabria – con particolare violenza nel Cosentino – ha riportato alla luce una verità che studiosi e comunità locali denunciano da decenni: il territorio calabrese è lasciato in uno stato di abbandono strutturale e ogni perturbazione diventa un disastro annunciato.

Frane e inondazioni si sono verificate in Calabria nelle giornate del 13-14 febbraio 2026 con il cosiddetto “ciclone di San Valentino”. Una intensa perturbazione atlantica ha prodotto forti mareggiate lungo le coste tirreniche ed ingenti accumuli pluviometrici nelle province di Cosenza e Catanzaro provocando l’esondazione del fiume Crati. Interi comuni, attività produttive, abitazioni civili e infrastrutture sono state messe in ginocchio.

Le situazioni più critiche si sono verificate nelle zone interne e sul versante tirrenico del cosentino, dove è sempre più a rischio l’unico tracciato ferroviario di collegamento calabrese con il resto della penisola. La Piana di Sibari (area ad elevata produzione agricola) è ridotta ad una palude di fango con diverse aziende sommerse dalla piena del fiume, comuni isolati e decine di residenti evacuati.

Le infrastrutture funzionali alla regolazione idrica (dighe ed invasi) si sono dimostrate insufficienti ad ostacolare la crescente esondazione del fiume Crati.

Il quadro tracciato è inequivocabile. Secondo il Rapporto ISPRA 2024, tutti i 404 comuni calabresi presentano aree a pericolosità elevata o molto elevata per frane e alluvioni. L’Istituto per la Protezione Idrogeologica del CNR (IRPI‑CNR) conferma che la Calabria presenta oltre 2.400 situazioni di rischio elevato o molto elevato solo nei centri abitati con più di 200 residenti, un dato che non ha eguali nel resto del Paese: le frane in Calabria sono fortemente correlate agli eventi piovosi intensi, sempre più frequenti per effetto dei cambiamenti climatici. Il Mediterraneo più caldo alimenta cicloni e precipitazioni estreme, aumentando la saturazione dei suoli e la probabilità di movimenti franosi.

L’erosione costiera avanza in modo drammatico soprattutto lungo il Tirreno catanzarese e reggino con arretramenti significativi della linea di costa. L’ISPRA rileva che 125.978 calabresi pari al 6,8% della popolazione regionale vivono in aree a rischio frana.

Il dissesto idrogeologico non è un destino naturale: è il prodotto di un modello economico che ha trattato la Calabria come una periferia trascurabile. Decenni di tagli alla spesa pubblica, vincoli di bilancio imposti dall’alto, privatizzazioni, appalti al ribasso, assenza di pianificazione hanno lasciato il territorio senza manutenzione e senza alcun presidio umano.

Un sistema economico che investe solo dove c’è profitto e abbandona tutto ciò che non genera rendita.
Ogni frana, ogni alluvione, ogni strada che crolla è la prova materiale di un potere politico al servizio di una classe dominante che specula, cementifica i territori senza rispetto dei vincoli ambientali e delle comunità locali.

E quando arriva la pioggia a pagare sono sempre gli stessi: lavoratori, piccole attività produttive, studenti costretti a stare a casa per giorni, quartieri popolari allagati e isolati.

Un’analisi del 2017 dell’Autorità di Bacino Regionale (Documento Programmatico Difesa del Suolo Allegato alla Delibera di Giunta Regionale n. 355/2017) stimava in 25 miliardi di euro l’importo necessario alla realizzazione di interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico, per la messa in sicurezza del territorio calabrese e per l’erosione costiera. Sulla base di questo documento la Giunta Regionale di Centro Sinistra dell’epoca individuava un primo quadro di 165 interventi per un importo complessivo di oltre 300 milioni di euro a valere sui Fondi FSC 2014/2020 (circa 233 milioni) ed in misura minore con il POR Fesr 2014/2020 (circa 76 milioni di euro).

Questo piano di interventi, in quasi 10 anni, non è stato mai attuato dalle giunte che si sono succedute! All’inerzia per la messa in sicurezza del territorio fa da contraltare la celerità con cui l’Amministrazione Regionale di centro-destra spende in 3 anni circa 40 milioni di euro per promuovere l’immagine di una “Calabria Straordinaria” che invita turisti in una terra piena di bellezze ma che cade a pezzi!

Di fronte a questa realtà, non servono passerelle istituzionali né commissari per l’emergenza. Serve una rottura politica.

Oltre agli interventi immediati per tutelare i livelli occupazionali e le famiglie rimaste senza un tetto, è indispensabile investire in modo strutturale sulla messa in sicurezza del territorio, sulla regimazione dei corsi d’acqua e sulla prevenzione del rischio idrogeologico.

Serve un piano straordinario di lavori pubblici in grado di assorbire le migliaia di disoccupati calabresi, sottoposto al controllo di comitati di lavoratori e dei cittadini e incentrato sui seguenti punti:

– manutenzione continua di fiumi e torrenti;

– riforestazione e gestione attiva dei boschi;

– consolidamento dei versanti;

– messa in sicurezza delle infrastrutture;

– potenziamento dei centri di ricerca e delle istituzioni di tutela del territorio.

È necessario il superamento del vincolo di bilancio che, con le sue regole rigide imposte dall’alto, strangola da anni i diversi comuni calabresi che ogni anno fanno i conti con un bilancio sempre più risicato con un drastico ridimensionamento delle politiche sociali e dei capitoli destinati alla manutenzione e alla difesa del territorio.

Il dissesto idrogeologico che devasta la Calabria non è una calamità naturale né una fatalità dovuta all’eccezionalità delle piogge di questi giorni, così come non lo furono gli eventi alluvionali che hanno interessato negli ultimi anni l’Emilia Romagna.

È la manifestazione concreta di ciò che Lenin definiva “L’incapacità organica della borghesia di amministrare la società nell’interesse della maggioranza”.

Che i soldi del Ponte sullo Stretto, pari a oltre 13 miliardi, siano dirottati alla messa in sicurezza della Calabria e della Sicilia e al miglioramento della mobilità interna delle due regioni.

Ma non facciamoci illusioni! Fino a quando la sicurezza dei territori e delle comunità sarà subordinata al profitto di pochi, nessun governo regionale, che sia di centro-destra o di centro-sinistra, e nessun governo nazionale porterà avanti investimenti pubblici finalizzati a migliorare la vita dei giovani e dei lavoratori calabresi e del mezzogiorno! A loro spetta prendere in mano il proprio futuro e quello della propria terra ed organizzarsi per un cambiamento radicale della società.

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