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Un colpo a Caracas, un terremoto globale

di Claudio Bellotti

L’attacco a Caracas e il rapimento del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie da parte degli Stati Uniti non è solo un atto di banditismo, ma segna un salto drammatico nella situazione internazionale.

Non staremo qui a confutare gli argomenti ridicoli con i quali l’amministrazione Trump ha “giustificato” il suo atto, né tantomeno quelli dei suoi numerosissimi leccapiedi nei media e nella politica, che per interesse o per paura si affannano a inventare pretesti sempre più grotteschi.

Quando i vertici di Washington, a partire dallo stesso Trump, dichiarano apertamente che lo scopo è mettere le mani sul petrolio e contenere l’influenza cinese, quando minacciano nelle successive 24 ore la Colombia, Cuba, la Groenlandia, l’Iran, quando per mesi hanno sequestrato petroliere, imposto un blocco aereo, quando dicono che “governeranno il Venezuela” dalla Casa Bianca… dopo tutto questo, davvero c’è qualcuno che ritiene importante disquisire sul diritto internazionale o sul fatto che Trump avrebbe dovuto prima informare il Congresso? Anche le accuse di “narcotraffico” contro Maduro a quanto pare sono state accantonate nel giro di 48 ore.

Per quanto il sanguinoso blitz di Caracas (cento morti fra militari e civili) sia considerato un’azione nel “cortile di casa”, ossia nella zona di influenza USA, le sue radici e soprattutto le sue conseguenze hanno una portata di scala internazionale, globale.

Trump ama (amava?) presentarsi come l’uomo d’affari capace di raggiungere accordi con chiunque, magari mostrando i muscoli, forzando la mano con le minacce economiche, ma in ogni modo come un uomo della trattativa. Spregiudicato, cinico, ma comunque restio all’uso della forza militare.

Nelle due ore del blitz, in realtà culmine di una crescente pressione militare e diplomatica costruita per mesi, tutta questa rappresentazione è stata ridotta in cenere.

Certo non è la prima volta che gli USA agiscono, direttamente o indirettamente, per condizionare o rovesciare governi giudicati ostili, ribelli o semplicemente di ostacolo ai loro progetti. 
La storia dell’imperialismo USA, tanto nella sua ascesa quanto nel suo più recente declino, è costellata di colpi di Stato, cospirazioni, ingerenze, guerre grandi e piccole condotte con ogni sorta di pretesto.
Ciò che rende specifico l’attacco al Venezuela è il contesto mondiale in cui si è prodotto. 
La migliore sintesi che possiamo fare è che si tratta del primo attacco esplicito alla Cina, colpita in una zona di importante espansione dei suoi affari e in un paese a parole “partner strategico” e alleato politico.

Il petrolio venezuelano fa gola, ma non è la causa principale dell’attacco. Trump ha riunito le principali compagnie petrolifere per spartire le spoglie, ma è risultato chiaro che la mole degli investimenti richiesti e le incertezze politiche e di mercato non fanno prevedere una cascata di soldi facili. Gli avvoltoi si spartiranno le spoglie, ma esigono solide garanzie da Trump prima di esporsi. Ricordiamo che l’ENI è una delle pochissime (con Chevron e Repsol) già operanti in Venezuela, dove ha 3 miliardi di crediti bloccati a causa delle precedenti sanzioni USA.

Ma il movente decisivo è quello messo nero su bianco nell’ormai famoso documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale: estromettere gli “attori esterni” dall’emisfero occidentale. Ossia, in primo luogo, la Cina, primo partner commerciale dell’America Latina con scambi ben oltre i 500 miliardi di dollari, largamente esposta con investimenti infrastrutturali e produttivi, prestiti e rapporti ramificati. Il fatto che poche ore prima del sequestro si fosse conclusa una visita ufficiale a Caracas da parte di una delegazione cinese, che aveva siglato centinaia di accordi economici, assume un valore quasi didattico…

Un regime svuotato

L’attacco USA, come ormai si sottolinea da più parti, è stato condotto in modo incredibilmente rapido e praticamente senza incontrare una seria opposizione militare. È difficile spiegare un simile grado di passività, con elicotteri USA che scorrazzano indisturbati a bassa quota per un paio d’ore sulla capitale, senza una sola vittima fra gli assalitori, se non con un alto grado di demoralizzazione e impotenza nei comandi venezuelani, unito a una qualche esplicita collaborazione con gli attaccanti. Maduro può essere stato tradito, o venduto, o essersi in qualche modo consegnato; per quanto importante è un particolare che non deve oscurare il dato politico, ossia la scarsissima risposta della popolazione, della base “bolivariana” e la totale assenza di reazione delle forze armate.

Un paragone storico può aiutarci a capire. Nel 2002 ci fu il colpo di Stato contro Hugo Chavez, che venne sequestrato dai golpisti i quali nominarono un governo provvisorio capeggiato dal capo degli industriali Pedro Carmona. Ci fu allora una mobilitazione spontanea, di massa e insurrezionale di milioni di persone che immediatamente scesero in piazza pronte a tutto, anche a uno scontro sanguinoso. Fu questa mobilitazione a spaccare l’esercito e a sconfiggere i golpisti, che nel giro di 48 ore dovettero liberare Chavez e fuggire in esilio. Allora “la frusta della controrivoluzione” fece fare un balzo in avanti alla lotta di classe rivoluzionaria.

Niente di tutto questo si è prodotto il 3 gennaio. I dodici anni di governo di Maduro sono stati contrassegnati da un vero e proprio Termidoro: privatizzazioni, smantellamento dei programmi sociali, crescenti diseguaglianze economiche, corruzione dilagante, neoborghesia “bolivariana” rampante e una repressione aperta non solo contro l’opposizione golpista e borghese, ma anche e soprattutto contro sindacalisti, militanti politici, attivisti popolari. Un quarto di secolo fa, per rispondere al golpe e alle sanzioni la classe operaia e le classi popolari fecero un poderoso balzo all’offensiva sia all’interno del Venezuela che sul piano della solidarietà internazionale. Nell’ultimo decennio invece la mobilitazione delle masse è stata sostituita con l’ipertrofia burocratica dell’apparato statale, e la prospettiva rivoluzionaria internazionalista con gli affari con la Cina.

Tutto questo non significa che non ci sia nel paese una forte ostilità all’ingerenza nordamericana, o che a determinate condizioni questa non possa nuovamente prendere la forma di una mobilitazione di classe. Ma ad oggi prevalgono la dispersione e probabilmente la stanchezza e la paura.

La neopresidente ad interim Delcy Rodriguez, dopo una prima presa di posizione bellicosa ha rilasciato una dichiarazione vagamente surreale nella quale fa appello “al governo USA a collaborare con noi su un programma di cooperazione orientato allo sviluppo condiviso nel quadro del diritto internazionale, per rafforzare una comunità durevole di coesistenza”.

E non sono state solo parole. Dai primi accordi, gestiti nel modo più opaco, risulta chiaro che il petrolio venezuelano viene ora commercializzato attraverso gli USA, che stabiliscono prezzi e condizioni e amministrano i proventi a loro discrezione. Nel frattempo si tratta per la riapertura dell’ambasciata USA, il tutto, secondo il nuovo governo di Caracas, “in base a un’agenda di lavoro bilaterale a beneficio dei nostri popoli, così come delle questioni irrisolte tra i nostri governi”: una capitolazione neppure mascherata a un regime neocoloniale.

Dalle ceneri del bolivarismo si potranno in futuro riaccendere le fiamme della lotta di classe, ma questo avverrà senza e contro coloro che oggi se ne dichiarano eredi dalle loro poltrone governative.

Trump segna un punto a suo favore, che si aggiunge alla vittoria di Milei in Argentina e a quella di Kast in Cile. Ma, ripetiamo, la partita va ben al di là dell’America Latina.
Con questa mossa, Trump ha fornito una spinta fortissima al consolidamento di nuove alleanze in funzione anti-USA e alla crescente cristallizzazione dei blocchi economici, diplomatici e militari che ruotano in forme caotiche ma sempre più chiaramente attorno al grande antagonismo tra USA e Cina. Al tempo stesso ha minato alla base qualsiasi seria possibilità di trattativa per trovare compromessi sui tanti teatri di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente al Corno d’Africa e oltre, che si avvitano nelle spirali di guerra.

Colpendo il Venezuela, oltre a lanciare “un colpo di avvertimento contro la Cina”, come lo ha definito il Financial Times, Washington ha indebolito seriamente la posizione di Cuba e dei governi di Petro in Colombia e di Sheinbaum in Messico. Più lontano, anche l’Iran beneficiava dell’alleanza tra “paria” col Venezuela e risente del colpo.

Europa annichilita, Cina oltraggiata

L’Europa esce annichilita, il proverbiale gatto in autostrada ha più vitalità di tutti i capi di Stato del vecchio continente, tra i quali però vogliamo dare una menzione speciale a Giorgia Meloni, che ha definito l’azione USA “giustificata” e “difensiva”, ancorché non del tutto elegante.

Il rapporto attuale fra USA ed Europa può tranquillamente essere descritto come di vassallaggio. Vuoi vendere sui miei mercati? Pagami i dazi. Vuoi continuare la guerra in Ucraina? Copri le spese, compri le armi da me e ti sobbarchi le conseguenze. Non azzardarti a toccare le multinazionali Big Tech a stelle e strisce con tasse e sanzioni. Il petrolio e il gas li comprerai da noi o dai nostri amici a prezzi maggiorati. E già che ci sono mi prendo la Groenlandia, cosa che in una forma o nell’altra appare ormai un processo difficilmente arrestabile.

L’attacco a Caracas è anche, indirettamente, una conferma del disimpegno degli USA dalla “trattativa” (già ampiamente arenata) per chiudere la guerra in Ucraina.

Il conflitto ucraino, dal punto di vista di Trump, è ormai declassato a questione regionale europea dopo che 24 paesi UE hanno stanziato 90 miliardi (di soldi nostri) per continuare la guerra. Rivedremo gli inviati a stelle e strisce solo quando la spartizione delle spoglie ucraine sarà all’ordine del giorno, mentre le varie Kaja Kallas, Merz e Macron cercheranno di presidiare il confine, quale che sarà, di una Ucraina mutilata, devastata e più che mai asservita.

La mossa di Trump in Venezuela non è piaciuta alla Russia, che all’ONU ha espresso una netta condanna, così come alla Cina, che solitamente nelle crisi internazionali si limita a melliflue dichiarazioni sull’importanza del dialogo, della cooperazione e del rispetto delle leggi: “La Cina è profondamente scossa e condanna con forza le azioni illegali, unilaterali e prepotenti degli Stati Uniti. 
Le lezioni della storia ci dànno dei forti ammonimenti che le azioni militari non sono la soluzione ai problemi e l’uso indiscriminato della forza può solo condurre a crisi maggiori.” (Sun Lei, incaricato nella missione permanente cinese all’ONU).

Pechino tuttavia può fare ben poco nell’immediato e pragmaticamente dovrà concentrarsi nel limitare le sue perdite in Venezuela (prestiti da recuperare, investimenti da salvaguardare) e a riconsiderare la propria condotta in America Latina. Quanto avvenuto, infatti, è anche una sconfitta della strategia cinese basata sull’idea che si possa prendere il controllo di un paese solo con mezzi economici. I capitali cinesi viaggiano in tutto il mondo ormai tanto quanto quelli americani. Ma le armi cinesi no. La Cina, ad esempio, non può inviare una flotta nei Caraibi per garantire la libertà delle rotte commerciali (cosa che peraltro dal punto di vista del “diritto internazionale” sarebbe perfettamente legittima), né può insediare le proprie basi nei paesi del continente.

Ma se nel breve termine le condanne rimarranno prevalentemente verbali, nel medio e lungo termine le conseguenze saranno profonde. Il già fragile equilibrio della politica internazionale cinese verrà rotto in favore di una risposta sempre più simmetrica all’offensiva americana: prendersi tutto quello che si può e controllarlo saldamente con ogni mezzo possibile. Tutti gli altri paesi, ciascuno alla propria scala, faranno definitivamente proprio questo precetto.

Questi avvenimenti devono suonare la sveglia nel movimento operaio e nella consapevolezza di ogni lavoratore, di ogni sfruttato. Il capitalismo putrefatto si rivolge sempre più alle armi per risolvere la propria crisi.

Oggi la lotta per un’esistenza pacifica è una lotta senza quartiere per rovesciare questo sistema, per strappare il potere politico alla borghesia e al suo Stato, per espropriare le sue ricchezze in nome delle quali si conducono tutte le guerre odierne e si preparano le prossime.

 

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