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11 Dicembre 2025In occasione dello sciopero generale indetto dalla CGIL per il 12 dicembre, pubblichiamo il volantino che distribuiremo nelle manifestazioni. Scaricalo qui.
di Claudio Bellotti
Il 28 novembre ha visto lo sciopero generale convocato dai sindacati di base, mentre per il 12 dicembre si prepara una analoga mobilitazione promossa dalla CGIL.
Per tanti lavoratori che hanno partecipato alle giornate di sciopero per la Palestina (22 settembre, 3 ottobre), vedere convocare due mobilitazioni divise e contrapposte è sicuramente una doccia fredda e qualcosa che suscita una giusta indignazione.
Tanto più che ci sono forti ragioni per scendere in lotta contro le politiche economiche del governo Meloni. Una legge di bilancio che mette i soldi solo sulle armi, età pensionistica che si alza, sanità e scuola con l’acqua alla gola… per non parlare dei salari da fame e delle situazioni di crisi che si diffondono nel settore industriale mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Una lotta unita sarebbe più che necessaria.
Ma come si è arrivati invece a questa divisione? O meglio, come siamo tornati a questa situazione?
Uno strumento snaturato
La verità è che da anni ormai lo sciopero generale è stato trasformato da un’arma politico-sindacale di fondamentale importanza a una rappresentazione rituale.
Con la regolarità di un cronometro, tutti gli anni i sindacati di base convocano con un anticipo di mesi uno sciopero in autunno (a volte due se le diverse sigle non si mettono d’accordo), proclamandosi avanguardia della lotta e attaccando la CGIL per la sua passività. Aderisce una minoranza di lavoratori, a volte più ampia quando, con saggezza operaia, qualche categoria ne approfitta per far capire che la pazienza è finita, e poi tutto torna come prima.
Con la stessa precisa regolarità, la CGIL (a volte con la UIL) convoca a sua volta uno sciopero verso dicembre, non mancando mai di precisare che si tratta dell’inizio di una intera stagione di mobilitazione per far cambiare la politica economica del governo. Nonostante aderiscano più lavoratori, perché la CGIL è un sindacato presente capillarmente, cosa che i sindacati di base non sono, non si ottiene assolutamente nulla e dopo le feste la mobilitazione annunciata svanisce assieme alle decorazioni natalizie.
Sarebbe una farsa innocua se di mezzo non ci fossero i lavoratori, a partire da quelli che sostengono col sacrificio di una giornata di salario queste mobilitazioni.
Ma tutto questo risulta ancora più intollerabile in questo autunno 2025, dopo che abbiamo visto e reso possibile quello che pareva impossibile: un movimento davvero unitario, che scavalcava gli steccati eretti dagli apparati sindacali grandi e piccoli. Sono ancora incise nella memoria di tutti le date del 22 settembre, quando decine di migliaia di iscritti CGIL scioperarono nella data convocata dall’USB nonostante il parere contrario dei loro dirigenti, e del 3 ottobre, quando l’enorme pressione dal basso, la rabbia dilagante contro i massacri compiuti da Israele a Gaza e contro la complicità del governo Meloni, CGIL e USB furono costrette (non c’è altra parola) a convocare lo sciopero nello stesso giorno.
Oggi quindi appare ancora più chiaro che quella mobilitazione fu possibile solo ed esclusivamente perché i lavoratori (col determinante contributo di centinaia di migliaia di studenti scesi in piazza) l’avevano imposta, in un clima incandescente in cui nessuno poteva sottrarsi al dovere di unire al massimo le forze.
Tutti quelli che, più o meno in buona fede, per decenni ci hanno sfondato i timpani con le loro lamentele sul fatto che “i lavoratori non lottano”, che “noi gli scioperi li convochiamo, ma se poi non riescono…” e tutto il restante repertorio, hanno avuto la loro risposta. Non i “dirigenti”, ma la base, la massa ha imposto che si seguisse la via giusta.
Il vero problema
Ma la massa non può restare mobilitata in permanenza, soprattutto in mancanza di una organizzazione che dia efficacia alla lotta. E non appena la pressione è scemata, tutti i “dirigenti”, che in settembre-ottobre dirigevano ben poco, sono tornati alle buone vecchie abitudini.
A chi domandava perché ci fossero due date separate di sciopero, l’USB ha risposto con un comunicato nazionale dal settarismo iperbolico, affermando che era giusto che la CGIL decidesse di non scioperare lo stesso giorno in quanto le piattaforme erano differenti. La segreteria CGIL a sua volta dichiarava pochi giorni dopo che le due date servivano “non a dividere, ma a colpire meglio”. Una situazione surreale.
Ma la vera questione non è la data e neppure, se non in minima parte, la mancata convergenza.
Il vero problema è che nessuno ha fatto niente per preparare una vera mobilitazione. Piattaforme calate dall’alto, sancite da “consultazioni” di chi è già d’accordo. Date e metodi di lotta mai discussi coi lavoratori. Assemblee nei luoghi di lavoro pochissime e rituali. Queste non sono scadenze di una lotta che voglia essere efficace, far crescere fra i lavoratori la coscienza di classe, la fiducia nelle proprie forze, chiarire gli obiettivi, ma solo dei vuoti rituali. La lotta diventa un rubinetto da aprire o chiudere a piacimento, in cui i lavoratori sono considerati come una massa passiva.
Tutto questo, lo ripetiamo, è ancora più intollerabile alla luce della situazione sempre più critica che vive la classe lavoratrice in Italia, e dopo che gli scioperi per la Palestina hanno mostrato anche ai ciechi il potenziale che esiste per un conflitto che davvero cambi i rapporti di forza.
Noi parteciperemo, come sempre abbiamo fatto, alle mobilitazioni, perché quando dei lavoratori scendono in campo è un dovere dei comunisti essere parte del movimento e condividerne anche le difficoltà.
Ma oggi più che mai abbiamo chiara la strada: solo un movimento dirompente dal basso, che riprenda e approfondisca quanto abbiamo vissuto tra settembre e ottobre, potrà non solo scavalcare, ma abbattere le barriere burocratiche che soffocano la classe operaia. Solo dei nuovi “3 ottobre”, di fatto un nuovo autunno caldo, potranno far sì che i lavoratori sottomettano i sindacati alle loro necessità, facendone strumenti per i propri bisogni e non per quelli delle burocrazie. A questo lavoriamo, da comunisti, nelle fabbriche e nelle aziende, promuovendo ogni possibile momento di organizzazione dal basso, di presa di coscienza e di conflitto reale, con i tanti lavoratori che condividono oggi questa consapevolezza.
