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4 Marzo 20261976 – 2026, a 50 anni dalla caduta del franchismo
I funerali dei cinque operai assassinati a Vitoria nel 1976
di Alessandro Giardiello
Così come il fascismo in Italia cadde sull’onda delle mobilitazioni operaie del marzo ’43, lo stesso avvenne per il franchismo in Spagna.
Dopo la morte del dittatore Francisco Franco, avvenuta il 20 novembre del 1975, un regime agonizzante si trovò contro il più formidabile degli avversari: la classe operaia organizzata.
Lo scontro decisivo si realizzò il 3 marzo del 1976, con lo sciopero generale a Vitoria-Gasteiz, nel Paese Basco, dove la polizia sparò contro i manifestanti, assassinando cinque operai.
Quella che in Spagna viene chiamata “Transizione alla democrazia”, fu in realtà una lotta per il potere e più precisamente per la conquista del potere politico da parte della classe operaia.
La borghesia spagnola voleva attaccare il livello di vita dei lavoratori, ma la classe operaia si era rafforzata notevolmente negli anni ’60 e ’70. Se alla fine della guerra civile i contadini rappresentavano il 63% della popolazione attiva, nel 1975 su una popolazione attiva di 13,4 milioni di persone, i salariati erano più di 9,5 milioni, di cui 3,6 milioni di operai industriali.
Il processo di presa di coscienza dei lavoratori e la loro opposizione alla dittatura franchista era ben rappresentato dalla curva ascendente degli scioperi. Nel triennio 1964-66 si persero 171mila giornate di lavoro in conflitti di lavoro, nel 1967-69 345mila; nel 1970-72 846mila giornate e nel 1973-75 un milione e mezzo. Nel 1976 questa cifra esplose fino ad arrivare a 12 milioni di giornate perse per conflitti di lavoro.
La regione di Alava, nel Paese Basco, era una di quelle dove c’erano stati più investimenti da parte del capitale nazionale e internazionale. Questo trasformò Alava da una provincia fondamentalmente agricola a una zona fortemente industrializzata. Vitoria nel giro di pochissimo tempo raddoppiò la sua popolazione; si costruirono in fretta e furia nuovi quartieri operai, dove non venivano rispettate le più elementari norme di sicurezza e di igiene.Quartieri come Ariznavarra, nel quale si trasferivano a vivere giovani operai provenienti da tutto il Paese Basco, ma anche dalle altre zone del paese (Andalusia, Castiglia, Estremadura, Galizia ecc.).
In quel contesto i lavoratori prendevano rapidamente coscienza che per cambiare le loro vite dovevano organizzarsi e lottare.
Comunisti e socialisti
La principale organizzazione operaia dell’epoca era senza dubbio il PCE (Partido Comunista de España), il quale era di fede staliniana e seguiva la linea delle due tappe: “prima conquistare la democrazia e dopo il socialismo”. Allo scopo di conquistare la democrazia, la direzione del PCE era disposta a qualunque tipo di concessione. Di fatto i dirigenti del PCE tentavano di moderare e limitare ogni tipo di iniziativa della classe operaia per condurre una trattativa dall’alto per una “transizione morbida”.
I socialisti del PSOE (Partido Socialista Obrero Español) non avevano una linea molto differente dai comunisti, ma essendo una piccola organizzazione di esiliati e dovendosi conquistare uno spazio a sinistra, almeno in un primo momento, all’inizio degli anni ’70, parlavano di socialismo e di autodeterminazione per le minoranze oppresse (baschi e catalani) con un linguaggio più radicale.
Fu così che un settore della gioventù socialista, ispirato dalla Rivoluzione dei Garofani in Portogallo e dagli altri processi rivoluzionari che si erano sviluppati negli anni precedenti, come il Maggio ’68 in Francia e l’Autunno Caldo in Italia, si mise alla ricerca delle idee del marxismo.
Il loro punto di forza era la provincia di Alava, dove la maggior parte dei militanti socialisti appoggiavano le posizioni del Nuevo Claridad, una tendenza che si era legata politicamente a Ted Grant, Alan Woods e alla tendenza internazionale del Militant.
Alan Woods era a Vitoria nel marzo del 1976 e partecipò alle mobilitazioni, come si può evincere dal suo fantastico libro La Gran Traición, analisis marxista de un testigo ocular de la Transicion, a cui è ispirato anche questo articolo.
Le assemblee operaie
Dopo la lotta della Michelin del 1972, che finì in una sconfitta, i lavoratori di Alava presero coscienza della necessità di organizzarsi al di fuori del Sindicato Vertical, il sindacato corporativo del regime facile preda delle pressioni padronali, e decisero di unificare le lotte contrattuali fabbrica per fabbrica in un’unica lotta per il contratto collettivo. Nasceranno i comitati operai.
Nel 1974 l’organizzazione sindacale socialista, l’UGT (Unión General de Trabajadores), a livello locale era guidata dal marxista Arturo Val del Olmo. Su sua iniziativa si formerà la Coordinadora Obrera de Vitoria che integrerà tutti gli organismi di base eletti dai lavoratori nelle fabbriche di Vitoria.
Dopo lo sciopero di Madrid del dicembre 1975 che coinvolse 150mila lavoratori, nel gennaio del 1976 a Vitoria circa trenta imprese dichiararono lo sciopero eleggendo democraticamente i propri rappresentanti.
La classe operaia e la gioventù ribollivano di rabbia. Più di un milione di lavoratori scesero in sciopero in tutto il paese.
La piattaforma approvata nelle assemblee dei lavoratori prevedeva:
- aumento del salario base di 5.000 pesetas e la conseguente rottura del congelamento salariale previsto dal regime;
- 40 ore di lavoro settimanali;
- pensionamento a 60 anni con il 100% del salario.
I lavoratori di Vitoria cominciarono a riunirsi tutte le settimane nell’unico luogo in cui erano tollerati assembramenti da parte del regime, la chiesa di San Francisco en Asis, nel centro della città.
Comitati di solidarietà con la lotta si formarono in tutti i quartieri e all’interno di scuole e università.
L’aspetto più rilevante fu che le commissioni di fabbrica erano eleggibili e revocabili in qualsiasi momento dall’istanza che li aveva eletti, esattamente come i soviet in Russia nel 1917 o i consigli di fabbrica nel Biennio Rosso 1919-20 in Italia.
Lo sciopero fu totale e permanente. Il comitato di sciopero pubblicava un bollettino tutti i giorni per informare sullo stato della mobilitazione. Si organizzarono delle casse di resistenza per coprire le spese dello sciopero e sostenere le famiglie operaie in maggiore difficoltà economica.
Il sostegno della popolazione fu assoluto: dagli studenti ai commercianti, dai contadini fino ai preti di base, che diedero il loro appoggio alla mobilitazione. Nei negozi si faceva credito agli scioperanti. Nonostante i tentativi dei padroni e del regime di affossare la lotta con ondate di arresti e licenziamenti, la lotta continuava e si allargava sempre più. Dopo gli scioperi generali del 16 e del 23 febbraio, che coinvolsero tutta la città, si andava verso la resa dei conti.
Lo sciopero del 3 marzo 1976
Dopo 54 giorni di lotta ininterrotta si arrivò alla convocazione dello sciopero generale del 3 marzo. Lo sciopero mostrò una compattezza senza precedenti non solo tra gli operai. Il 90% dei bar e dei negozi rimase chiuso. Fin dalle prime ore del mattino ci furono scontri tra la polizia e i picchetti dei manifestanti davanti alle fabbriche. Poi i lavoratori si misero in marcia verso il centro della città. Il traffico era totalmente bloccato. Nel giro di poche ore c’erano barricate in tutta la città. Vitoria era paralizzata.
Verso mezzogiorno la polizia cominciò a usare le armi da fuoco. Prima spararono sugli operai della Mercedes Benz, provocando diversi feriti, poi entrarono in due chiese dove erano riuniti altri lavoratori.
Le chiese fino a quel momento erano state rispettate dalla polizia. Ma il clima stava cambiando ed era solo un avvertimento di quello che si stava preparando.
Nel corso del pomeriggio più di 5.000 persone parteciparono all’assemblea convocata nella chiesa di San Francisco. Almeno altre 10mila rimasero fuori per mancanza di posto.
La polizia invece di disperdere i manifestanti, come aveva fatto al mattino, li fece entrare in chiesa e, quando furono ben ammassati, lanciò all’interno dei candelotti lacrimogeni.
Quando la folla uscì dalla chiesa di corsa per non finire soffocata, si trovò di fronte un vero e proprio plotone di esecuzione che iniziò a sparargli contro. Due operai morirono sul colpo e altri tre morirono successivamente in ospedale: Pedro Martinez Ocio, di 27 anni; Francisco Aznar, di 17 anni; Romualdo Barroso, di 19 anni; José Castillo, di 43 anni e Bienvenido Pereda, di 32 anni.
Alla fine della giornata 150 persone risultarono ferite, secondo i dati ufficiali; in realtà furono molti di più. Molti operai feriti, informati della massiccia presenza poliziesca davanti agli ospedali, preferirono curarsi per conto proprio, onde evitare arresti e ulteriori problemi.
Quando si diffuse la notizia degli assassinii, gli operai furiosi sradicarono decine di cabine telefoniche e pali della luce improvvisando barricate e scontri con la polizia che durarono tutta la notte.
I funerali degli operai assassinati
Ai funerali dei lavoratori assassinati, si formò un corteo enorme di oltre 100mila persone. Sulle tombe di questi martiri della classe operaia, si presero numerosi impegni a continuare la lotta. Uno dei dirigenti della lotta affermò: “Questa non è solo una perdita per le famiglie di questi uomini. È una perdita per tutta la classe operaia.”
Il boia di questi lavoratori aveva un nome e un cognome: Manuel Fraga Iribarne, ministro del governatorato (oggi ministero degli Interni), che successivamente divenne il leader del PP (Partido Popular), partito che ancora oggi guida la destra spagnola.
Dopo il massacro, i padroni in un primo momento manterranno la linea dura, decisi a non riammettere i lavoratori licenziati e a mantenere le fabbriche chiuse. Fraga Iribarne, per paura di guai peggiori, li obbligò a un lodo arbitrale per la riammissione dei lavoratori licenziati.
Lo sciopero finì il 16 marzo, quando i padroni si piegarono, accettando tutti i punti della piattaforma operaia. La vittoria era evidente ma aveva un sapore amaro. Molto amaro.
Oltre alle conquiste economiche arrivarono quelle politiche. Quattro mesi più tardi ci saranno le dimissioni del presidente del governo, Carlos Arias Navarro, e di Fraga Iribarne.
Un governo morente aveva voluto il massacro di Vitoria per dare un avvertimento alla classe operaia. L’allora ministro della presidenza e secondo vice-presidente, Alfonso Osorio, disse: “Gli imprenditori ci avevano informato che si erano formati dei piccoli soviet e andavano immediatamente soffocati.”
Nessun poliziotto o funzionario fu mai arrestato o processato per quel massacro.
La scintilla che incendia la prateria
I risultati di Vitoria ebbero un effetto elettrizzante sulla coscienza di milioni di operai in tutto lo Stato spagnolo. Si convocarono scioperi e manifestazioni in tutto il paese. Il 5 marzo morirà assassinato dalla polizia un altro operaio di Tarragona. Lo stesso accadrà a un lavoratore di Elda (Alicante).
Dappertutto si aspettava la convocazione di uno sciopero generale nazionale. Ma i dirigenti di Comisiones Obreras (il sindacato legato al PCE) facevano appello alla calma e non convocarono nulla. Solo nel Paese Basco, l’8 marzo, verrà convocato uno sciopero generale in solidarietà con i compagni di Vitoria con la partecipazione di 500mila lavoratori. A Basauri (Vizcaya) un altro giovane operaio di 18 anni morirà con un proiettile alla testa sparato dalla polizia.
La situazione era chiaramente rivoluzionaria in tutta la Spagna. Le condizioni oggettive per una rivoluzione socialista erano presenti. L’eroismo dei lavoratori in ogni sciopero, ogni manifestazione, mostrava che erano disposti ad andare fino in fondo.
La piccola borghesia, i contadini, i commercianti, gli studenti ecc. guardavano ogni giorno con più simpatia alla lotta operaia e in molti casi si univano ad essa.
La borghesia era nel panico, demoralizzata e divisa, completamente isolata all’interno della società.
Ma condurre una lotta rivoluzionaria era l’ultima cosa che desideravano i dirigenti dei partiti operai e dei sindacati. Cercavano un accordo con l’area “aperturista” del regime per una “transizione democratica”, che ottennero facendo concessioni su tutto.
Accettarono che si mantenesse la monarchia, la bandiera franchista, il mantenimento integrale dell’apparato dello Stato franchista, la completa impunità dei suoi vertici e dei colpevoli della repressione, e naturalmente il rispetto della proprietà privata dei mezzi di produzione, dei grandi monopoli e delle banche che avevano sostenuto la dittatura per decenni.
50 anni dopo, i lavoratori spagnoli non possono dimenticare, né perdonare. Non verrà mai ottenuta giustizia da questo regime “democratico” nato dall’inganno e dal tradimento della cosiddetta “Transizione”. Questo regime deve essere rovesciato insieme al sistema capitalista che lo ha generato.
La nuova generazione deve formarsi alla scuola di chi si è battuto contro il franchismo, una generazione che trarrà le conclusioni corrette da quel processo storico aprendo la strada alla vittoria del socialismo.
